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LE PITTURE MURALI DELLA CAPPELLA DI SAN MARTINO A CASTEL STENICO

I restauri eseguiti negli anni Ottanta hanno riscoperto uno straordinario ciclo pittorico (una rara e significativa testimonianza della pittura romanica in Trentino, inizi del XIII secolo) nella cappella di San Martino al Castello di Stenico, un ambiente risalente all’epoca carolingia (VIII sec) e successivamente inglobato nella costruzione del Palazzo di Nicolò.

Per circa sette secoli le pitture murali duecentesche della cappella di San Martino sono rimaste nascoste e dimenticate, nessun documento ne rammentava l'esistenza e il loro ritrovamento fu casuale e fortuito. La rimozione dei muri che le occultavano risulta incompleta, solo nella parete settentrionale, in parte dell'arco trionfale e della controffacciata è stata eliminata, mentre rimane coperta gran parte della parete meridionale per ragioni di ordine statico.

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La cappella ha origini altomedioevali (metà dell'VIII sec.) suggerite dal ritrovamento di tre lastre di pluteo, di due frammenti di pilastrini, di un frammento di arco e di quattro frammenti lapidei inediti: la fondazione longobarda è d'altra parte confermata anche dalla dedicazione a San Martino, il santo restauratore della fede cattolica presso i Longobardi.


Le pitture presenti sulla parete settentrionale sono quelle meglio conservate. La decorazione comprende due registri e uno zoccolo, delimitata orizzontalmente da un fregio a palmette intere comprese tra due cornici formate da una fascia bianca accostata ad una fascia di colore giallo o rosso. La fascia bianca funge da superficie neutra per le iscrizioni che identificano alcuni dei personaggi. A partire da sinistra l'affresco propone, nel primo registro, il Ciclo della Redenzione - Annunciazione, Natività e Crocifissione. In prossimità della finestrella, separato da un non meglio definibile edificio merlato, un personaggio in piedi con scettro e corona, identificato dall'iscrizione come Sant'Osvaldo Re.

Il secondo registro è separato dal primo con una cornice orizzontale composta da due fasce di colore giallo-rosso. La prima scena riprende una scena che comprende un dragone rosso, la Madonna con bambino in piedi su una sfera e un terzo personaggio. Procedendo verso destra incontriamo Santa Margherita, un personaggio laico a cui mancano parte del busto e la testa, San Biagio, San Brizio, San Martino, San Nicola e San Gallo, tutti identificati dalle iscrizioni, tranne il personaggio laico, del cui nome si conservano solo le lettere "MA...S". All'estrema destra della parete, un San Cristoforo gigante, deteriorato da una vasta lacuna nella parte superiore, campeggia su sfondo bianco entro un riquadro rettangolare.


ANNUNCIAZIONE: lo schema adottato è quello consueto in Occidente a partire dalla seconda metà del XV secolo, con l'Arcangelo Gabriele che incede da sinistra. L'iscrizione "GABRIELIS" indica l'arcangelo che secondo Luca diede l'annuncio a Maria. Sulla destra, sopra la figura della Vergine purtroppo deturpata da un'ampia lacuna, è ben leggibile l'iscrizione "MARIA". La Madonna è raffigurata in piedi davanti a uno sgabello con un cuscino, la mano ha appena lasciato il fuso, che cade nel recipiente colmo di gomitoli multicolori di lana. Accanto alla testa di Maria è raffigurata una colomba bianca, di cui è visibile solo parte delle ali e la coda.

NATIVITÀ: al centro, la Madonna e il bambino sono i protagonisti della scena, ai lati Giuseppe, l'angelo glorificante, il bue e l'asino completano con la loro presenza l'evento della Natività.
Tra il bue e l'asino, giace il Gesù Bambino in una mangiatoia di vimini simile a un cesto, avvolto in una tela bianca e volge la testa e sguardo all'indietro, verso la madre.
A Stenico la Madonna della Natività giace su un letto, mamtiene il Busto rialzato per potersi avvicinare al figlio. La Vergine ha un bel volto da caratteri esotici, con il naso adunco e il taglio degli occhi oblungo. Un copricapo insolito forse è l'interpretazione della corona che spesso hanno le Madonne, presenta inoltre un'acconciatura a trecce arricchita da perlinature. Nella parte destra è raffigurato San Giuseppe pensieroso, la testa poggia sulla mano sinistra, con lo sguardo rivolto alla Vergine ed il cartiglio trattenuto da un angelo in volo. Di proporzioni leggermente più piccole, siede avvolto in un mantello rosso, di fronte agli altri rappresentanti della Sacra Famiglia, occupando un ruolo relativamente secondario nell'interpretazione complessiva della scena. L'angelo con veste grigia, manto bianco e ali, è raffigurato mentre vola sopra il capo di Giuseppe verso il bambino e, come angelo glorificante, reca il cartiglio con parole di lode al neonato.

CROCIFISSIONE: conclude la sequenza relativa alla vita di Cristo. La raffigurazione è ridotta all'essenziale, al centro capeggia Cristo crocifisso tra la Madonna, a sinistra, e San Giovanni, a destra, i due testimoni dolenti citati nel Vangelo di Giovanni.
Il Cristo è qui ritratto mentre, estenuato dal dolore, reclina il capo sulla spalla destra, ma ancora vigila con gli occhi: è il momento che precede la morte.

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SANT'OSVALDO RE: con lo sguardo rivolto verso un edificio a pietre bianche squadrate, coronato da merli guelfi, è dipinto Sant'Osvaldo Re. Egli è identificato dalla sovrastante iscrizione "SANT'OSVALDO REGIS", il suo abbigliamento è ricco e ricercato, oltre alla corona e mantello rosso scuro foderato di ermetico e guarnito da pellicciotto fulvo, che testimonia la nobiltà del personaggio e l'appartenenza al Rango cavalleresco. Di provenienza scozzese e re di Northumbria, Sant'Osvaldo sconfisse il re pagano Caedwalla e ne convertì i suddti al cristianesimo. Alla morte, la sua fama per la carità mostrata verso i poveri e pellegrini era largamente diffusa e si arricchì ulteriormente di eventi miracolosi e leggendari.
A Stenico la sua collocazione accanto alle scena della vita di Cristo fa supporre che il committente degli affreschi nutrisse un particolare interesse per questo santo, che tuttavia non appare nei calendari liturgici trentini. L'interesse poteva essere di qualche membro della famiglia dei Bozoni, al cui capostipite, Bozone di Stenico, il 25 aprile del 1163 era stata affidata in feudo dal vescovo trentino Adlpreto II una casa fatta costruire dal medesimo vescovo sul colle del castello di Stenico. Bozone di Stenico era anche vassallo del conte di Appiano, di cui il santo scozzese era una specie di patrono di famiglia. Il culto del santo era particolarmente sentito dalla famiglia dei conti, come testimonia l'affresco sulla facciata della cappella di Castell'Appiano, dove è raffigurato Aronne in sella a un cavallo bianco mentre aizza col suono del Corno i cani all'inseguimento del cervo in fuga, scena tratta dalla vita di Sant'Osvaldo. Quindi diventa pienamente plausibile che i Bozoni, loro sudditi non potessero dimenticare il santo nelle decorazioni della cappella di loro competenza come atto di ossequio verso il loro signore Conte di Appiano, sebbene la cappella facesse capo al Principe Vescovo di Trento.

LA DONNA E IL DRAGONE: la prima scena è senza dubbio riconducibile al capitolo dodicesimo dell'Apocalisse: un dragone di colore rosso fuoco, a sette teste, dieci corna e sette diademi, minaccia una donna col capo circondato da nimbo e in piedi su una sfera. Lei porta in braccio un bambino con aureola; una terza figura pure nimbata, incede verso la donna: con la mano destra trattiene un cartiglio e allunga il dito mignolo e indice a formare il gesto delle "corna", mentre con la destra trattiene le vesti.
La raffigurazione assume un significato trascendente: Maria calpesta, infatti, il mondo, la terra nella sua caducità; da una parte è minacciata dal male, dall'altro lo combatte e lo ha già sconfitto tramite l'incarnazione del bambino Gesù.
La figura con il cartiglio non è identificabile tramite l'abbigliamento, ma sembra ci si trovi di fronte ad un personaggio femminile ed è parte integrante della scena. È tuttavia importante il gesto delle corna, che nel Medioevo erano genericamente usate per segnalare qualcuno con poteri straordinari e spesso in connessione con la presenza di potenze malefiche, come sta accadendo nella scena precedente, che ritrae Gesù Cristo bambino, cioè colui che salverà il mondo dal male raffigurato dal dragone.
Ella, quindi, annuncia quanto già conosce attraverso i suoi poteri divinatori, ossia asserisce che quel bambino è in realtà il Salvatore, che con il sacrificio della sua stessa vita, sconfiggerà il male. L'abbigliamento all'antica, l'orlo consunto, i piedi scalzi fanno supporre fosse una Sibilla.

SANTA MARGHERITA: identificabile attraverso l'iscrizione "S.MARGARETA". Il culto della santa conseguì nel Medioevo Occidentale una notevole fortuna dovuta probabilmente al nome stesso della santa, al quale erano attribuite le caratteristiche di purezza e di candore proprie del fiore omonimo. La sua raffigurazione accanto alla scena del dragone può essere spiegata con l'episodio più famoso e rappresentato della passio della santa, cioè la sua persecuzione, in carcere, da parte di un dragone, personificazione del demonio. Anche Santa Margherita uscì vincitrice dall'attacco di Satana, riuscendo a liberarsi dell'assalitore.
È tuttavia possibile che la raffigurazione della santa vergine risponda ancora ad un interesse politico della committenza, infatti il culto era particolarmente caro ai conti di Appiano.

SAN BIAGIO E IL PERSONAGGIO LAICO: il vescovo è identificato dall'iscrizione, "S. BLASIUS". Il laico, deturpato da una lacuna, indossa una semplice veste grigia, stretta in vita da una cintura, calze e stivaletti grigi. Alla cintura, legate con un laccio, pende un mazzo di chiavi ed è indicato con le lettere " MA.....S", che dovevano chiarirne il ruolo.
La scena viene interpretata come allusione ad uno specifico episodio di storia locale, senza la possibilità di una dimostrazione certa. Il personaggio laico con chiavi potrebbe designare allusivamente un membro della famiglia dei Bozoni e San Biagio raffigurare simbolicamente il luogo della riunione, cappella di San Biagio, del 2 luglio 1171, durante la quale Bozone aveva giurato per sé e per i suoi eredi di aprire il castello ai vescovi trentini.

SAN MARTINO E SAN BRIZIO: i due santi sono indicati dalle iscrizioni. La presenza di San Martino, a Stenico, è collegata alla dedicazione della cappella all'incirca alla metà dell'VIII sec., di alcuni secoli precedente all'esecuzione degli affreschi. È, infatti, probabile che la cappella sia stata eretta durante il regno Longobardo, all'indomani della conversione alla fede cattolica: l'ubicazione del castello si addiceva come luogo privilegiato per i riti ariani, sostituiti in seguito con chiesette e cappelle dedicate a San Martino quale santo fautore della battaglia antiariana.
La presenza di San Brizio è da mettere in relazio con San Martino, poiché gli successe nel 397 sulla cattedra episcopale di Tours. La scena si riferisce al periodo in cui San Brizio fu affidato a Martino, che lo portò con sé nel convento di Marmountier, dove il giovane pronunciò i voti. Il libro trattenuto nelle mani può essere interpretato come strumento di studio e alludere alla sua formazione sotto la guida del maestro.

SAN NICOLA: la sua presenza nella cappella è pienamente giustificata dall'importanza che ha rivestito universalmente questo santo nei secoli XII e XIII, sia del ruolo di primo piano che ha svolto nella liturgia trentina.

SAN GALLO: raffigurato come un vecchio abate, con la mano sinistra accarezza la testa di un cagnolino grigio che, in piedi sulle zampe posteriori, trattiene tra le zampe anteriori un'asse. Alla destra, sempre in piedi sulle zampe posteriori e con un'asse nelle anteriori, è dipinte una lepre.
San Gallo, irlandese e discepolo di San Colombano, visse come eremita in Svezia. Si narra che avrebbe estratto dalla zampa dolorante di un orso una spina e che l'animale, per riconoscenza, l'avesse aiutato a costruire un romitorio. Per questo San Gallo è raffigurato spesso in compagnia di un orso che gli porge un tronco, quindi il cane dipinto a Stenico può essere un'interpretazione erronea della figura dell'orso. L'aggiunta della lepre è frutto della fantasia degli artisti, che hanno utilizzato l'abbinamento frequente nel Medioevo, del cane e della lepre, in senso completamente improprio.

SAN CRISTOFORO: in un riquadro rettangolare capeggia la gigantesca figura di San Cristoforo, purtroppo molto rovinata. Il volto è quasi completamente scomparso così come è definitivamente perduto è il Cristo bambino che il santo doveva portare sul braccio o sulla spalla. La leggenda del santo gigante che porta il Cristo bambino facendogli attraversare il fiume si diffonde nel mondo occidentale solo a partire dal XIII secolo. Solitamente compare all'esterno degli edifici religiosi, in modo che i pellegrini potessero scorgere da grande distanza l'enorme santo effigiato a loro protezione.

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Sebbene nelle pitture murali della cappella di San Martino siano presenti diverse tendenze stilistiche utilizzate da artisti diversi, si tratta di un medesimo linguaggio riconducibile ad un livello culturale popolareggiante. La stessa povertà di mezzi pittorici, l'esecuzione non a "buon fresco", ma a secco, la limitazione della tavolozza a colori poco costosi, confermano che ci troviamo di fronte ad una bottega che sicuramente aveva alle spalle una tradizione pittorica consolidata, ma alla quale erano affidati incarichi di non grande prestigio. I grossolani errori iconografici indicano il mediocre livello culturale di questi artisti-artigiani, ai quali veniva comunque affidato l'utile compito di istruire con le loro pitture i frequentatori degli edifici sacri di provincia. L'ipotesi più attendibile è che la bottega attiva nella cappella di Stenico provenisse dalla Germania meridionale, dove, grazie ai continui spostamenti, avrebbero assimilato i diversi stili utilizzati (stile fluido, stile pesante e stile a zig zag).

Le pitture dovrebbero essere state eseguite tra il 1163 e il 1238 e l'ipotesi che il committente sia Nicolò, fratellastro dell'ultimo discendente diretto di Bozone, trova fondamento non solo nella datazione in base alle osservazioni stilistiche, ma anche del carattere politico del ciclo, come risulta dall'iconografia riconducibile al contesto storico locale. Di fatto a Nicolò i principi vescovi non riconobbero il diritto ereditario di feudo e fu allontanato con la forza nell'aprile 1238.
La firma del committente è desunta dall'importanza data al santo omonimo, San Nicola, che è la stessa di San Martino, dedicatario della cappella. Inoltre far dipingere Sant'Osvaldo, un santo non presente nel calendario liturgico trentino, poteva significare per Nicolò ribadire la propria autonomia dal vescovo e dichiarare la propria posizione sociale in qualità di vassallo dei Conti di Appiano. Anche la scena di San Biagio e il personaggio laico rientrerebbero nell'ipotesi della committenza di Nicolò, supposto che sia narrato in chiave simbolica l'episodio accaduto nel 1171, quando Bozone, convocato nella cappella di San Biagio (cappella palatina di Trento), giurò al vescovo Adalpreto che lui e i suoi eredi si impegnavano ad aprire il castello a detto vescovo e ai suoi successori. Con questo atto si sanciva dunque il diritto per i discendenti di Bozone ad avere in custodia il castello di Stenico.
Alla luce di questo, la ragione per la quale le pitture vennero prontamente nascoste dietro a muri poderosi è comprensibile: esse non potevano essere tollerate dai principi vescovi trentini o dagli stessi capitani che dal 1238 avrebbero rappresentato l'autorità vescovile al castello di Stenico.

Il restauro ha pertanto recuperato un tassello importante delle vicende storiche e umane avvenute entro le mura di Castel Stenico.

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